Il racconto dell’Ancella – Margaret Atwood (1985)

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Nutro più di un dubbio in merito a questo libro, tornato attualmente in auge dopo l’uscita delle serie televisiva.

Comincio dal dire che si tratta di un romanzo distopico che racconta una sorta di comunità che si viene a creare dopo una crisi demografica (o così quanto meno ci fa intuire) collocata in un futuro non ben definito.

Basata su di un estremismo religioso, la società è a totale dominio maschile e le ragazze giovani, le Ancelle appunto, hanno il compito di procreare per le famiglie più ricche. Vengono sostanzialmente trattate come delle “macchine da riproduzione”, non hanno alcun diritto e sono sotto lo stretto controllo di un sistema che potremo quasi equiparare al “Grande Fratello” di Orwell.

Il tutto è raccontato in modo postumo da un’Ancella che riesce a fuggire.

Ma fuggire dove?

Qui cominciano a parer mio i problemi: per forza di cose la storia non è completa, perché non esiste un narratore onnisciente in grado di darci un quadro completo della situazione. Viviamo solo le emozioni, le consapevolezze e il ristretto ambiente dell’Ancella, ma tutto il resto rimane fumoso. Perché si è arrivati a questa situazione? Cosa c’è al di fuori della comunità?

L’autrice fa intuire tante cose che però non spiega, lascia molte questioni in sospeso e non definisce le circostanze.

Un’altra cosa che non mi è chiara è questa: “Il racconto dell’Ancella” viene decantato come “il libro che tutte le femministe dovrebbero leggere”. Ma perché? Come sorta di avvertimento? Oppure si legge femminismo nel barlume di ribellione che si scorge qua e la?

In definitiva credo che questo libro abbia avuto tantissimi spunti ottimi, ma poco e male sviluppati. Quasi un esercizio di scrittura creativa più che un romanzo vero e proprio.

 

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