Il senso di una fine – Julian Barnes (2011)

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Mi è difficile descrivere oggettivamente questo libro, raccontare la trama e come è scritto, perché il suo significato e le riflessioni che porta con se sono davvero prepotenti.

La “fine” di cui si parla nel titolo è il suicidio di un amico del protagonista, avvenuto quando era poco più che adolescente. La storia viene raccontata in una sorta di flashback continuo perché Tony (il protagonista) ormai anziano ripercorre gli eventi che hanno segnato la sua adolescenza. Si crea quindi un incastro continuo tra i ricordi del passato e la persone del presente, ognuna con una sua versione dei fatti.

Il libro è magnifico e delicato, la scrittura di Barnes è veramente molto fine e a tratti ricercata.

Però, come dicevo inizialmente, sono talmente tante le riflessioni che porta a fare che la trama per me passa in secondo piano.

Il protagonista si trova a capire di aver mal valutato gli avvenimenti e le persone per una vita, giudicando troppo duramente quello che forse andava solo compianto, quando ormai è troppo tardi per cambiare le cose.

Quante volte magari, pur non sapendolo, noi stessi siamo giunti a conclusioni troppo affrettate? Quante versioni di una stessa storia esistono? E ancora: esiste una sola chiave di lettura degli avvenimenti o in realtà la verità muta a seconda degli occhi che la guardano?

E se veramente abbiamo commesso l’errore di credere che le cose fossero diverse dalla realtà, in che modo questo può aver influenzato la persona che si diventerà?

In aggiunta a tutto questo, bellissima è riflessione che il protagonista stesso fa sui ricordi.

Cosa sfugge alla nostra mente imperfetta? E come mutando gli avvenimenti passando attraverso gli innumerevoli cassetti della memoria?

Questo libro mi convince ancora di più di una cosa: i libri memorabili non sono quelli dalla trama avvincente, ma quelli dal significato prepotente.

 

Splendido!!

 

 

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