Parla, mia paura – Simona Vinci (2017)

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Quando finisco di leggere un libro mi è difficile subito averne un’opinione chiara e definita. Ho bisogno di metabolizzarlo… A distanza di qualche settimana dalla lettura di questo “romanzo” devo assolutamente riconoscere che mi è veramente rimasto poco in testa.

Ho virgolettato la parola romanzo perché in effetti un romanzo non lo è. Non è nemmeno una biografia, ne un’autobiografia o un saggio. Direi che è di tutto un po’.

Simona Vinci, scrittrice e protagonista di questo libro, racconta la storia della sua depressione: da questo punto di vista lo si potrebbe definire un’autobiografia. Ma non ci da nessun altra informazione su di se, se non qualche sfuggente particolare che lascia cadere qua e là (e sembra più per caso che non per volontà).

Descrive i suoi attacchi di panico, la sua voglia di cercare la morte, la presa di coscienza e la lunga strada che la porta non alla guarigione (no, non si guarisce mai definitivamente dalla depressione) ma ad un equilibrio.

Per ogni capitolo ci racconta qualcosa del suo viaggio, fatto di tappe e mai di mete, toccando temi come la perdita di persone vicine, la maternità, l’accettazione del proprio corpo e della propria femminilità.

Questo libro, né carne né pesce, non mi ha convinta del tutto. Ci sono delle parti molto belle e toccanti, ed altre invece fredde e impersonali che sembrano inserite solo per “allungare il brodo” (parlo ad esempio dei capitoli dedicati alle strutture sanitarie come consultori etc). Mi spiazza questa differenza tra la descrizione di un attacco di panico e l’indicazione di quali centri servono quali rioni di Bologna. Insomma, un inizio promettente disilluso poi nel susseguirsi di pagine e capitoli…

Per questo dico che, purtroppo, non ho trattenuto molto di questo libro se non le parti più belle e quelle meno, tralasciando un infinità di particolari che probabilmente me lo avrebbero fatto apprezzare e ricordare in modo diverso.

 

 

 

 

 

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