Venivamo tutte per mare – Julie Otsuka (2011)

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Un libro bellissimo scritto benissimo!

Racconta di come, tra la prima e la seconda guerra mondiale, molte ragazze giapponesi partivano per l’America come future mogli di immigrati giapponesi. Venivano ingannate… convinte di sposare ragazzi con una buona posizione sociale e di condurre una vita agiata, si trovavo uomini di mezza età, poco più che schiavi, e una vita all’insegna del lavoro, della povertà e del sacrificio.

Passavano la vita a lavorare per i “bianchi”, per i loro mariti, subendo ogni genere di violenza e ingiustizia, ma accettando sempre tutto a testa bassa.

Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale passano da essere camerieri fidati, esperte sarte e lavandaie, ad essere nemici o spie di nemici.

Costretti ad abbandonare le loro case, vengono letteralmente deportati… lontano dalle coste, lontano dalle loro attività…

Ed è così che il normale scorrere del tempo e della vita quasi cancella il loro passaggio… dove prima c’erano i loro negozi, aprono nuovi negozi “bianchi” e nelle loro case si trasferiscono persone “bianche”. Ed è così che le tracce del loro lavoro della loro vita vengono piano piano coperte.

Questo libro è molto bello perché la scrittrice è stata abilissima nel condensare in sole 140 pagine tantissime emozioni. Ha trattato il tema dello sfruttamento minorile, dell’immigrazione, dei maltrattamenti subiti dalle donne, del duro lavoro, della fatica, della paura, sella speranza, dell’ingiustizia, del razzismo… Il tutto con una prosa corale, che sembra dar voce all’unisono a molto donne, tutte assieme. Un chiacchiericcio di informazioni passate da un all’altra che dipinge fedelmente le condizioni di vita di queste giovani donne.

Mi ha molto colpita, sia da un punto di vista stilistico sia per i contenuti.

Queste ragazze così giovani che accettano docilmente il loro destino, con grande dignità, umiltà e senso del dovere. O forse più che senso del dovere è rassegnazione?

Mettevano al mondo figli in condizioni brutali, che spesso morivano. Venivano trattate come oggetti dai loro uomini, davanti ai quali difficilmente si ribellavano. Qualcuna si è salvata, ma la maggior parte no.

Ma sicuramente quelli che mi hanno colpito di più sono gli ultimi capitoli, che descrivono la loro partenza. Anche qui accettano l’ingiustizia a capo chino.
Chi si preoccupa di lasciare pulito il pavimento del suo negozio prima di partire, chi lascia dei fiori per chi sarebbe arrivato dopo, al loro posto…

Bellissimo.

 

 

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